Per poter affrontare il tema della peculiarità dell’avvocato dell’Ente pubblico rispetto agli avvocati liberi professionisti mi permetto di partire da una considerazione preliminare ma a mio giudizio essenziale, che caratterizza l’attività specifica dell’avvocato dell’ente pubblico.

 

Vorrei a tal fine richiamare una definizione che negli anni ‘20 era stata evidenziata in sede di relazione annuale per l’Avvocatura dello stato: “l’avvocato dello Stato non si confonde mai con le Amministrazioni che difende: egli, pur essendo funzionario, resta sempre quello che è e deve essere, l’avvocato in confronto del cliente, organicamente e spiritualmente distinto ed autonomo, con l’abito mentale, l’abilità di determinazione e di azione e, dentro i limiti assegnati dal vincolo di dipendenza statale, con la libertà di giudizio, che è propria del consulente e del patrono e che è indispensabile perché la prestazione dell’opera sua abbia tutta l’efficienza che è da attendersi dall’alta funzione”.

 

Il riferimento all’Avvocato dello Stato non muta la valenza per la definizione e ruolo dell’avvocato dell’Ente pubblico, la cui disciplina originaria è stata dettata dal R.D.L. 1578 del 1933 sull’ordinamento della professione forense, che all’art. 3 (comma 4 lett. b), nel disciplinare l’esercizio professionale dell’avvocato dell’ente pubblico al comma 4 lett. b) escludeva la incompatibilità di cui al comma 2 (vale a dire attività di un lavoro dipendente) per i soli avvocati inseriti negli uffici legali di Enti pubblici e iscritti nell’elenco speciale tenuto presso l’Ordine.

 

Nonostante la lontananza temporale, tale norma di carattere eccezionale e dunque di stretta interpretazione (Cass. SS. UU. 14 marzo 2002, n. 3733) è sempre stata letta dalla Suprema Corte nel senso che gli Avvocati iscritti negli elenchi speciali dovessero svolgere la loro attività presso uffici legali istituti presso gli Enti pubblici con carattere di autonomia e separatezza rispetto agli altri uffici e che il loro jus postulandi fosse limitato alle cause ed agli affari propri dell’Ente pubblico di cui sono dipendenti, dovendosi sempre tenere per regola generale quella dell’irrinunciabile esigenza dell’autonomia di giudizio e d’iniziativa degli Avvocati, normalmente garantita dall’esercizio della professione in forma libera (tra le altre, Cass. SS. UU. 19 agosto 2009, n. 18359; 10 novembre 2000, n. 1164; 19 giugno 2000, n. 450; 6 giugno 2000, n. 418; 18 maggio 2000, n. 363).

 

La legge di riforma della professione di avvocato, la n. 247 del 3 dicembre 2012, pur dettando agli artt. 19 co. 3 (Eccezioni alle norme sulla incompatibilità) e 23 (Avvocati degli enti pubblici) una disciplina aggiornata e più puntuale riguardo alla specifica figura dell’avvocato dell’ente pubblico, non ha di fatto mutato il quadro normativo precedente, ma ha però accolto e codificato proprio i principi elaborati negli anni dalla giurisprudenza.

 

Già l’art. 3 del RDL n. 1578/1933 presupponeva il concorso di tre elementi imprescindibili per ottenere l’iscrizione dell’Elenco Speciale annesso all’Albo: 1) l’insistenza presso l’ente pubblico di un ufficio legale che costituisca un’unità autonoma; 2) che il richiedente sia munito del titolo abilitativo alla professione e faccia parte dell’ufficio legale e vi svolga l’attività professionale esclusivamente per le cause e gli affari propri dell’ente e in piena autonomia e indipendenza; 3) che detto avvocato abbia un rapporto stabile e sia privo di attività di condizionamento nell’esercizio della sua attività professionale.

 

Come ha egregiamente confermato ulteriormente il C.N.F. con la sentenza n. 117 del 9/9/2017 (rel. Amodei), nulla è cambiato in proposito con la legge di riforma del 2012.

 

Più in particolare, l’imperdibile necessità di garantire agli Avvocati dell’Ente pubblico l’autonomia, l’indipendenza e la sostanziale estraneità dal resto dell’apparato pubblico erano e restano condizioni necessarie per poter essere inseriti nell’elenco speciale annesso all’Albo e svolgere in modo corretto e adeguato l’attività professionale.

 

Un illustre giurista, Piero Calamandrei, già lo scorso secolo rilevava che la differenza tra un avvocato della pubblica Amministrazione e l’avvocato libero professionista, attiene non alla natura esterna delle funzioni dell’avvocato pubblico, ma a quella di prestazione di opera di fronte al cliente. Sosteneva il Calamandrei: “nel processo, gli avvocati dell’ente pubblico sono difensori di parte e nulla più”. E’ evidente, quindi, che la peculiarità della figura dell’avvocato dell’ente pubblico risalta nell’opera all’interno dell’ente e in rapporto con l’ente stesso. E proprio in funzione del particolare rapporto che vi è con l’Amministrazione, l’essere sempre solo difensore di una specifica parte influisce sulla particolare “forma mentis” dell’avvocato di ente pubblico e ciò non perché egli impara e conosce solo delle cause o comunque dell’attività che riguarda il suo ente ma perché l’avvocato dell’ente pubblico non può assolutamente trascurare il fatto che il suo cliente, nello svolgimento della sua funzione e quindi anche nella patologia degli atti e delle attività che possono portare al contenzioso, deve perseguire un unico ed esclusivo obiettivo: l’interesse pubblico. Che è anche il dovere e il fine esclusivo dell’Ente pubblico presso cui svolge la sua attività.

 

Nell’istituire una propria Avvocatura, l’ente pubblico ha l’obbligo di dotarla di propria autonomia funzionale, con professionisti posti in sostanziale estraneità all’apparato amministrativo, in posizione di indipendenza da tutti i settori previsti in organico e con esclusione di ogni attività di gestione (Cass. SS. UU. 1268/2000 e Cass. Civ. 16629/2009, Cons. St. V, 14/2/2012 n. 730 e TAR Basilicata, I 28/2/2012, n. 100).

 

In questi ultimi anni abbiamo potuto tutti verificare una maggiore proliferazione di nuovi uffici legali interni ad enti pubblici, così che anche il numero di iscritti all’albo speciale è notevolmente aumentato. Ciò pare rispondere ad una esigenza sopra a tutte: consentire agli enti pubblici di disporre di propri organi tecnico-legali, a somiglianza dell’Avvocatura dello Stato, per lo svolgimento di funzioni professionali strettamente connesse con i meccanismi interni dell’amministrazione (la c.d. “aderenza e vicinanza al fatto”).

 

Un “interessamento” a doppio senso. Vale a dire che anche da parte degli stessi avvocati dipendenti è sorta una maggior consapevolezza del proprio ruolo di fondamentale “cerniera” tra i diversi protagonisti del processo e di memoria storica della giurisprudenza dell’Ente.

 

Studi recenti sulle consulenze e incarichi esterni delle P.A. hanno messo in evidenza che solo nei contenziosi legali i Comuni spendono milioni di euro all’anno, quando i costi per la difesa e consulenza legale attraverso le Avvocature “in house” sono estremamente contenuti. Ed è quanto ripetutamente censura anche la Corte dei Conti.

 

Il particolare status dell’avvocato dell’ente pubblico ha tuttavia messo in luce un aspetto nevralgico: la mancanza di una disciplina sistematica, coerente e chiara del ruolo della avvocature pubbliche e della posizione giuridica dell’Avvocato, unico soggetto della P.A. sottoposto allo stesso tempo ai doveri del dipendente ed a quelli del professionista. Fatto, questo, che ha evidenziato, soprattutto negli ultimi anni, la molteplicità di problemi che tale doppio status comporta, in un ordinamento qual è quello attuale ove, in assenza di qualsivoglia norma disciplinante, occorre ricorrere troppo spesso al Giudice per veder affermati diritti elementari, il quale oramai, in materia, ha soppiantato il legislatore.

 

Cito ad esempio una recente pronuncia del TAR Palermo n. 307/2017 – Ord. che ha censurato la pianta organica di un Comune che inquadrava l’avvocato dipendente dell’ente in una posizione sottoposta ad un dirigente amministrativo: “i limiti della discrezionalità nella potestà di auto-organizzazione di un ente pubblico, con particolare riferimento alla L.P. dell’Avvocatura e all’Ufficio legale degli enti pubblici mirano a garantire la piena indipendenza e autonomia nella trattazione esclusiva e stabile degli affari legali dell’ente”

 

Va ulteriormente chiarito che in virtù della gerarchia delle fonti, una legge come quella sul trattamento giuridico dei pubblici dipendenti, non può travalicare, trattandosi comunque di una legge generale, una disciplina normativa speciale, come la legge professionale forense, tanto più che quest’ultima gode di garanzia costituzionale (art. 33 c. 5 Cost.) e dunque gerarchicamente sovraordinata a qualsiasi altra fonte di diritto.

 

È per questo motivo che gli avvocati di enti pubblici devono essere scollegati dalle qualifiche e categorie amministrative e devono avere una contrattazione separata nella quale la diversità di trattamento possono sussistere solo in relazione alle distinzioni conformi alla legge professionale e non tra le qualifiche stabilite per il restante personale amministrativo dell’ente

Tuttavia la disuguaglianza di inquadramento degli avvocati degli enti pubblici, a fronte della medesima posizione di elevata responsabilità coperta, è contrastante con i principi costituzionali di uguaglianza e di equa retribuzione della prestazione professionale nonché con il T.U. Pubblico impiego e con la legge professionale sull’ordinamento forense (Legge n. 247/2012).

Alla predetta distinzione funzionari/dirigenti consegue che anche la disciplina del trattamento economico non e unitaria, in contrasto con la L. 31.12.2012, n. 247, che all’art. 23 sancisce che agli avvocati degli enti pubblici deve essere “assicurato un trattamento economico adeguato alla funzione professionale svolta”.

Premesso che l’aggettivo “adeguato” necessita di criteri oggettivi per determinarne il contenuto, ai fini che interessano con il termine “adeguato trattamento economico” si vuol fare riferimento ad un compenso proporzionato, conveniente, conforme alle prestazioni professionali caratteristiche dell’Avvocato. Ne deriva che la disciplina contrattuale collettiva dovrà incidere sul trattamento stipendiale complessivo che, anche con la contrattazione separata, muterà la qualificazione giuridica (anziché “categoria D” e “dirigente”, diverrà “avvocato” e “avvocato cassazionista” sempre in collegamento con le categorie dell’ordinamento professionale che distingue soltanto tra cassazionisti o meno) e l’inquadramento economico.

Ne deriva, allora, che 1″adeguato compenso professionale” debba formare oggetto di contrattazione unitaria nazionale, affinché tutti gli Enti provvisti di Avvocatura costituita secondo i rispettivi ordinamenti applichino una disciplina uniforme e certa a tutti i professionisti dipendenti a parità di funzioni svolte, indipendentemente dalla tipologia della P.A., nel rispetto della L. n. 247/2012, dei principi Costituzionali e Comunitari.

 

Più volte i Giudici amministrativi hanno difeso questo essenziale concetto di autonomia e separazione addirittura affermando che all’interno di un ufficio legale strutturato, compete esclusivamente all’avvocato coordinatore – considerato peraltro primus inter pares – assegnare le singole pratiche ai professionisti dipendenti, secondo criteri prestabiliti di assegnazione, sì da evitare che possa essere condizionata dal potere politico l’autonomia professionale (TAR Basilicata – I, 11/10/2014, n. 728. E ancora, il TAR Sicilia – Palermo – III, 20/12/2013, n. 2529) aveva già ribadito che il professionista legale all’interno dell’Ente pubblico non può sottostare ad alcuna subordinazione gerarchica nell’esercizio degli affari giuridico-legali afferenti le sue competenze.

 

Quindi, l’avvocato dell’ente pubblico, oltre a quegli obblighi che abbiamo visto, in particolare quelli di natura deontologia che devono essere assolutamente identici a quelli del libero professionista, si trova di fronte ad un obbligo in più, che travalica tutti gli altri e che addirittura li riassume, poiché egli non può dimenticare che il suo cliente non può perseguire altro obiettivo che l’interesse pubblico, interesse che ricomprende, in senso lato, anche quello di una corretta giustizia.

 

È la stessa legge professionale che stabilisce che tutti gli avvocati devono svolgere la propria attività in libertà, autonomia e indipendenza, così come è espressamente detto all’art. 1 della L. 247/2012 che “l’esercizio della professione di avvocato è diretto all’interesse pubblico”. E, se non bastasse, sempre l’art. 1 prevede che l’ordinamento forense garantisce l’indipendenza e l’autonomia degli avvocati.

 

È questa, allora, la prima e più importante differenza tra il libero professionista e l’avvocato dell’ente pubblico. Il libero professionista, pur nel rispetto di tutti gli obblighi deontologici, deve svolgere l’attività nell’interesse del proprio cliente e delle esigenze del cliente stesso uniformandosi ai principi generali della legge professionale. L’avvocato dell’ente pubblico, oltre a ciò deve sempre aver presente che la tutela dell’interesse pubblico può travalicare anche l’obiettivo di vittoria della singola causa. L’avvocato dell’ente pubblico, in altre parole, nello svolgimento della sua attività non può limitarsi solo ad aspetti strategici ma questi vanno sempre confrontati con la più ampia considerazione degli interessi unitari e quindi pubblici dell’ente dallo stesso difeso, che vanno appunto oltre l’interesse della singola causa, come abbiamo detto.

 

La precisa previsione della L. 247/2012: “Nel contratto di lavoro è garantita l’autonomia e l’indipendenza di pregiudizio intellettuale e tecnico dell’avvocato”, comporta che per gli “avvocati dipendenti degli enti pubblici” si rende necessario applicare senza indugio le norme di legge disattese le norme di legge sopravvenute (art. 23, L. n. 247/2012), in materia di contrattazione separata, peraltro già applicata nel comparto enti del parastato. Perdurando la situazione di inclusione degli avvocati in contratti privi dei requisiti richiesti dalla legge (generale e speciale), potrebbero determinarsi conseguenze gravi per le avvocature degli enti, in particolare territoriali, poiché a norma dell’art. 23, L. n. 247/2012, in sede di revisione triennale degli albi/elenchi, gli Ordini dovranno accertare il sussistere delle condizioni di permanenza dei requisiti per l’iscrizione agli elenchi speciali de quibus, e a tal fine richiedere l’esibizione del contratto che dia prova che sia garantita l’autonomia e l’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica dell’avvocato e la prova che la responsabilità dell’ufficio sia affidata ad un avvocato iscritto nell’elenco speciale.

 

Proprio l’avvocatura degli enti locali aveva già formato oggetto di una specifica analisi da parte di tre “saggi” (i prof. Cassese, amministrativista di Roma, Pizzorno, sociologo, e Arcidiacono, costituzionalista di Catania), chiamati a comporre il c.d. “Comitato di studio sulla prevenzione della corruzione”, istituito con decreto n. 211 del 30.9.1996. Il rapporto redatto da costoro sul tema è emblematico, attesi i problemi analizzati come patologici degli enti locali: “Una delle ragioni principali della corruzione è la debolezza dell’Amministrazione, data dall’assenza o dall’insufficienza dei ruoli professionali. Essa costringe le Amministrazioni ad affidarsi a soggetti esterni per tutte le attività che riguardano l’opera di specialisti. Il rimedio ipotizzabile è che i professionisti dipendenti iscritti agli albi vanno organizzati in corpi separati, con uno stato giuridico ed un trattamento economico che consentano di attrarre personale di preparazione adeguata. Non ci si deve illudere di poter acquisire le professionalità necessarie, se non si è poi disposti a pagare il loro prezzo, né che la corruzione abbia termine, finchè le Amministrazioni non abbiano superato questa loro debolezza”. Ed era il 1996. Mai come oggi queste considerazioni sono attuali e sottolineano l’importante funzione che dovrebbero rivestire gli avvocati dell’ente pubblico se opportunamente coinvolti e sempre che ne venga rispettata l’autonomia.

 

È evidente allora che l’avvocato dell’ente pubblico deve possedere una spiccata dote di obiettività e di giustizia, non dimenticando comunque si essere, in quanto avvocato, in una posizione necessaria di autonomia e indipendenza così come ribadito e richiamato definitivamente dall’art. 23 della legge 247/2012.

 

Del resto, come abbiamo già detto, prima di tale normativa, è stata la giurisprudenza a puntualizzare ed ampliare la portata della previgente disciplina, poiché soprattutto i Giudici Amministrativi hanno ripetutamente affermato che per quanto il legale sia un dipendente dell’Amministrazione e il suo ufficio sia Ufficio dell’Amministrazione e quindi il legale non può sottrarsi alle indicazioni degli organi di vertice (e ci si riferisce agli organi politici), comunque tali indicazioni, non possono mai intaccare la visione autonoma delle vicende che sono poste alla sua cognizione (da ultimo si veda la sentenza del Cons. St. sez. V n. 730 del 14/2/2012).

 

Sotto tale profilo addirittura di potrebbe richiamare quanto già negli anni ‘30 sosteneva altro illustre giurista e Consigliere di Stato, il Piccardi, secondo cui le funzioni dell’avvocato dello Stato (ma questo vale anche per l’avvocato dell’ente pubblico), si avvicinano quasi di più a quelle del magistrato che a quelle del libero professionista. Tale affermazione non deve lasciare perplessi proprio perché tra gli scopi dell’ente pubblico non vi possono non essere quelli relativi ad una reale giustizia poiché attraverso questa si finalizzano gli obiettivi dell’interesse pubblico.

 

E’ evidente, allora, che nella collaborazione tra l’avvocatura dell’ente pubblico e l’ente stesso si deve tenere sempre presente questo specifico obiettivo.

 

A conferma di quanto stiamo dicendo, giova anche ricordare che un ente pubblico, proprio perché deve necessariamente perseguire interessi pubblici e non può atteggiarsi come un qualsiasi privato – libero di decidere del suo patrimonio e dei suoi interessi con la più ampia libertà – anche di fronte alla necessità di tutela giudiziale o di una specifica consulenza legale, deve necessariamente porsi la preoccupazione, mutuandola ovviamente dalle competenze della propria Avvocatura, della opportunità ma soprattutto della fondatezza delle ragioni che possono indurre l’Amministrazione ad aderire o addirittura ad iniziare il contenzioso.

 

Il nostro codice deontologico detta alcune specifiche regole agli artt. 23 e 24, indicando che l’avvocato è libero di accettare l’incarico e questo, ovviamente, è diverso per un avvocato dipendente da un Ente pubblico, che ha l’unico cliente. Semmai va correttamente applicata per l’avvocato dell’Ente pubblico la seconda parte del punto 5 dell’art. 23 ove è previsto il rifiuto dell’avvocato di prestare la propria attività quando dagli elementi conosciuti desuma che essa sia finalizzata a realizzare un’operazione illecita e in questo caso per l’avvocato dell’Ente pubblico deve valere anche, in relazione all’esigenza del perseguimento dell’interesse pubblico, la sua attenzione e quindi comunicazione al suo Ente di eventuali situazioni che tendono a perseguire un obiettivo illegittimo ovvero in contrasto con l’interesse pubblico. E il punto 6 del medesimo art. 23 lo ribadisce quando prevede che l’avvocato non deve suggerire comportamenti, atti o negozi nulli, illeciti o fraudolenti.

 

La speciale natura del cliente dell’avvocato dell’Ente pubblico comporta che non solo egli non deve suggerire atti o negozi nulli o illeciti o fraudolenti, ma addirittura deve impedire che l’Amministrazione, suo tramite, possa avviare attività, procedimenti o perseguire finalità che siano comunque estranee o in contrasto con l’interesse pubblico. Ciò comporterebbe la possibilità di danno a carico dell’ente, di cui l’avvocato interno, ove non l’abbia impedito o almeno rilevato, sarebbe chiamato a risponderne.

 

Quindi da un punto di vista sanzionatorio, l’avvocato dell’Ente pubblico dovrebbe rispondere ai fini dell’ultimo punto dell’art. 23, relativo all’applicazione delle sanzioni disciplinari, anche di questa particolare sua funzione di professionista indubbiamente indipendente dall’Ente e quindi estraneo ad obiettivi politici dell’Ente che siano fuori dall’ambito dell’interesse pubblico. Ovviamente l’avvocato di per sé ha l’obbligo di impedire in qualsiasi modo una azione illecita o fraudolenta o comunque illegittima dell’Amministrazione; semplicemente l’avvocato deve esternare in modo compiuto e circostanziato all’Ente eventuali illegittimità ovvero la fondatezza di ragioni avversarie oppure l’eventuale inopportunità di resistere o avviare un giudizio quando non ve ne sono i presupposti.

 

Il comma 2 del successivo art. 24 del codice deontologico ribadisce che l’avvocato all’esercizio dell’attività professionale (e qui si riferisce a tutti i professionisti, anche a quelli che svolgono l’attività avverso privati) deve conservare la propria indipendenza e difendere la propria libertà da pressioni o condizionamenti di ogni genere. E se questo vale per l’avvocato libero, maggiormente deve valere per l’avvocato dell’Ente pubblico.

 

Mi spiego, se l’Amministrazione ritiene di opporsi ad un ricorso di un cittadino ma le ragioni del cittadino sono palesemente fondate, sia gli Amministratori pubblici che lo stesso avvocato dell’ente pubblico che hanno deciso di cimentarsi in un contenzioso già perso sin dall’inizio e quindi inutilmente oneroso per la Amministrazione, si esporrebbero ad un obbligatorio intervento da parte della Corte dei Conti per il danno che ne consegue. Ma per l’avvocato dipendente dell’ente pubblico non potrebbero escludersi conseguenze di ordine deontologico perché, sussiste anche il generale dovere di verità (art. 14) e competenza (art. 12) che nel caso dell’avvocato dell’ente pubblico impongono il dovere di assumere decisioni difensive e strategie legali col limite del perseguimento dell’interesse pubblico e della corretta gestione del denaro pubblico.

 

Certo l’avvocato è già pagato dall’ente, ma questo comunque non giustificherebbe una difesa palesemente perdente, quindi ingiusta e tale da esporre comunque l’ente a spese in favore della controparte, con evidente danno erariale.

 

E non si parla soltanto di un danno di tipo patrimoniale ma vi potrebbe essere anche una lesione all’immagine della Amministrazione che, decidendo di difendere provvedimenti o tesi assolutamente ingiuste e non conformi al raggiungimento dell’interesse pubblico, andrebbe a violare i principi essenziali stessi della funzione dell’ente, equiparandosi a tutti gli effetti ad un soggetto privato ma che, nel caso dell’ente pubblico, utilizza beni e risorse pubbliche.

 

Peraltro, va aggiunto, per completezza, che questo obbligo sussiste anche in capo all’avvocato del libero Foro che assume la difesa di un ente pubblico. La differenza può risiedere nel fatto che se l’ente, nonostante l’avvocato esterno abbia rilevato la palese infondatezza dell’azione dovesse insistere per il proseguimento, non risponderebbe disciplinarmente dinanzi all’Ordine, proprio perché è la volontà del proprio cliente che egli deve, in ultima analisi rispettare, salvo non scadere nell’illecito.

 

Diverso però è per l’avvocato dipendente dell’Ente Pubblico poiché egli ha non solo il dovere ma ha anche poteri ben più incisivi per distogliere l’ente da un’azione ingiusta. Proprio perché egli è il legale interno dell’Ente, le sue determinazioni hanno un peso e una valenza ben maggiori di un avvocato del libero Foro e anche le conseguenze che potrebbero derivare all’Amministrazione sarebbero molto più pesanti.

 

Ripeto, non che l’avvocato del libero foro non debba evidenziare, secondo i propri obblighi deontologici, al proprio cliente, in questo caso una pubblica amministrazione, che quella particolare difesa è palesemente infondata e che quindi il giudizio avrà un esito sicuramente negativo in quanto le ragioni del privato sono fondate. In questo caso l’avvocato del libero foro non potrebbe essere chiamato a rispondere di responsabilità erariale, responsabilità che rimane comunque e solo in capo all’ente, mentre se l’avvocato fosse un dipendente dell’ente pubblico, anche egli direttamente sarebbe passibile di procedimenti dinnanzi alla Corte dei Conti.

 

È evidente, allora, che il duplice status di dipendente e di professionista, per quanto oggi la legge 247/2012 abbia cercato di renderlo compatibile, determina comunque una differenza sostanziale tra l’avvocato dell’ente pubblico e l’avvocato del libero foro.

 

Un ultimo accenno merita l’aspetto dell’azione politica di un ente pubblico che spesso incide sulle scelte ampiamente discrezionali, per cui la individuazione del limite tra un interesse pubblico e un interesse più strettamente ed esclusivamente politico, è difficile e non sempre questo può essere compreso o individuato dall’avvocato dell’ente, per cui è evidente che anche in questi casi l’avvocato dell’ente pubblico deve assumere la massima cautela poiché, come abbiamo già visto prima, anch’egli è chiamato poi a rispondere di difese e interessi palesemente illegittimi o comunque in contrasto con l’interesse pubblico.

 

E sotto quest’ultimo aspetto il rapporto di lavoro che lega l’avvocato all’ente pubblico non potrebbe costituire alcuna limitazione ai propri obblighi, posto che egli comunque deve necessariamente conservare la autonomia e l’indipendenza di giudizio intellettuale con il preciso obbligo di rappresentare al proprio ente la sussistenza di situazioni in contrasto con i fini di interesse pubblico.

Avv. Bruno Santamaria