La città etica

Giova fin da subito fornire alcuni elementi del concetto di etica che deriva da un termine greco ethos che sta a significare carattere, comportamento, anche consuetudine. La filosofia studia e assegna ai comportamenti umani un diverso grado di percezioni, vale a dire distingue i comportamenti buoni, leciti rispetto ai comportamenti ritenuti illeciti o non corretti. Per questo si può parlare di etica in svariati settori dell’agire umano, quindi anche di Città Etica.

Quando parliamo della città del futuro dobbiamo necessariamente pensare ad una città intelligente che metta però le persone al centro, in grado quindi di creare indubbiamente sviluppo ma anche integrazione, benessere, compatibilità con l’ambiente.

L’architettura è certamente uno strumento essenziale per una diversa politica di sviluppo non solo economico ma anche sociale e quando parliamo ovviamente anche di architettura parliamo di case e parliamo di Città; però ci vengono in mente gli spazi comuni, gli ambienti più flessibili, le tecnologie più avanzate. Ed è proprio la tecnologia che giocherà e sta giocando un ruolo fondamentale nel futuro della città, ma non solo dentro le case o per la casa bensì anche dentro la città stessa, anche attraverso, ad esempio il miglioramento dei trasporti per creare le condizioni di miglior benessere non legato esclusivamente alla comodità e alla funzionalità ma anche alla bellezza, alla compatibilità ambientale, ai bisogni sociali.

La città ideale pertanto sicuramente ha a che fare con maggiori spazi aperti dove è più possibile svolgere le relazioni tra individui, creare maggiori scambi tra gli stessi. Anche la discontinuità con l’esistente, i maggiori spazi aperti migliorano la qualità della vita e quindi la funzionalità e l’etica della città.

 

I problemi che oggi vive l’architettura e quindi la città nel suo insieme sono di natura principalmente culturale e l’evoluzione generale non può prescindere da una serie di principi e di comportamenti legati all’etica. Sicuramente oggi serve una maggiore cura degli aspetti sociali poiché anche un edificio privato è comunque un bene pubblico perché incide direttamente o indirettamente, nel bene o nel male, sulla collettività e il fatto stesso che vi è oggi una maggiore cura verso il non costruito dimostra questa particolare esigenza che non significa bandire le costruzioni quanto piuttosto creare un rapporto non semplicemente numerico o quantitativo tra costruito e non costruito ma specificamente finalizzato al miglioramento generale della qualità della vita e del benessere più ampio delle persone.

 

Lo sviluppo delle città deve quindi essere improntato alla sostenibilità che significa riuscire a coniugare il profitto con l’economia, con il sociale, la cultura, con l’ambiente. Al tal ultimo proposito giova affrontare l’aspetto della resilienza urbana.

Una città resiliente è in generale una comunità che si modifica progettando risposte sociali, economiche e ambientali innovative che permettano alla città di resistere anche nel lungo periodo a tutte le problematiche dell’ambiente e delle evoluzioni che intervengono. Quindi si devono affrontare aspetti relativi ai materiali, all’esigenza che le nostre città e quindi anche le costruzioni e tutto l’assieme che compone la città debbono poter rispondere agli aspetti legati all’ambiente e ai cambiamenti climatici ed è per questo che oggi non possiamo più parlare di semplice riqualificazione. Questo è un altro tema, un altro argomento particolarmente attuale. Oggi però è più corretto parlare di rigenerazione urbana in quanto è tutta la collettività che viene coinvolta, perché bisogna stare attenti al consumo delle risorse e ovviamente al rispetto dell’ambiente senza chiaramente dimenticare che il benessere dell’individuo passa anche attraverso la crescita economica e sociale dello stesso. Ma la città resiliente può produrre grandi opportunità economiche significative come ne è un esempio la Green economy e in ogni caso sappiamo che cosa vuol dire in termini di risparmio quando una città non è esposta alla vulnerabilità del territorio dovuta ad aspetti appunto climatici (abbiamo visto che cosa ciò vuol dire con i terremoti ecc…). Alcune Regioni come la Lombardia hanno da tempo mostrato sensibilità e affrontato normativamente i problemi di riqualificazione delle aree e del patrimonio esistente dismesso.

Questa riqualificazione non significa soltanto abbellire dei siti che sono in disuso ma significa soprattutto eliminare situazioni di grave degrado ambientale con situazioni di inquinamento e di pericolo per la salute e per la sicurezza dell’individuo, per ringenerare.

Ma non possiamo pensare ad una vera e propria rigenerazione del patrimonio esistente se non in un contesto generale di visione della Città, pensata per l’uomo del domani, per le sue esigenze ma coniugate con necessità di rispetto ambientale, di sviluppo sostenibile, in due parole con la visione di Città Etica. E questo è l’impegno delle Amministrazioni, dei progettisti, degli urbanisti, delle Aziende e dei professionisti coinvolti poichè la visione etica deve essere un minimo comune denominatore, per evitare distorsioni o scollegamenti nella visione d’insieme. Un impegno complesso ma molto responsabile che richiedere un giusto grado di sensibilità culturale e morale.

Ma questa non è una opzione perché la velocità dei cambiamenti, la globalizzazione della società, l’ampliamento della domanda di beni e benessere da parte dei popoli ci impone di fare i conti con la sostenibilità e con i reali valori che devono governare le scelte dell’uomo.

Ripeto, tornando alla Città, questo non significa restare fermi, come qualcuno ha pensato in questi ultimi anni, sbagliando.

Anzi, mai come ora c’è bisogno di una grande accelerata nei progressi di riorganizzazione e vero sviluppo delle Città ma, come dicevamo, in modo etico.

Ed è proprio in quest’ottica che la Regione Lombardia in particolare con la Legge Regionale n. 31/2014 si è adeguata agli indirizzi della normativa comunitaria sull’obiettivo prioritario della riduzione del consumo di suolo che non deve essere interpretato come impedimento dall’edificazione o penalizzazione della proprietà. Infatti non va trascurata l’esigenza dei fabbisogni insediativi, ma va favorito il riuso delle aree urbanizzate dismesse o sotto utilizzate e da bonificare e ovviamente il riuso del patrimonio edilizio esistente. E in tutto questo c’è una grandissima opportunità di sviluppo economico e di valorizzazione del patrimonio. Ed è proprio la Regione Lombardia con questa legge che parla espressamente di rigenerazione proprio perché non basta soltanto la semplice razionalizzazione del consumo di suolo ma tutto ciò deve comportare il miglioramento della qualità urbana, ambientale e paesaggistica del territorio e degli insediamenti urbani, col fine specifico del miglioramento delle condizioni sociali della popolazione coinvolta.

La legge 31 del 2014 quando parla della rigenerazione urbana nell’art. 2 comma 1 alla lett. e) dice espressamente che essa è “l’insieme coordinato di interventi urbanistico-edilizi e di iniziative sociali che includono, anche avvalendosi di misure di ristrutturazione urbanistica ai sensi dell’art. 11 della L.R. 12/2005, la riqualificazione dell’ambiente costruito, la riorganizzazione di attrezzature e infrastrutture, spazi verdi e servizi, il recupero o il potenziamento di quelli esistenti, il risanamento del costruito mediante la previsione di infrastrutture ecologiche finalizzate all’incremento della bio diversità nell’ambiente urbano”

E non è soltanto in questa definizione si parla di rigenerazione ma la legge 31 impone a tutti i Comuni di inserire nel proprio Documento di Piano gli ambiti nei quali deve avvenire il processo di rigenerazione urbana e territoriale. E per non rendere difficili questi tipi di interventi che sono oggettivamente complessi in quanto si va ad incidere su situazioni di degrado che spesso richiedono ingenti sforzi economici, la Regione Lombardia ha previsto di adottare una serie di misure di semplificazione e soprattutto di incentivazione per il recupero appunto del patrimonio edilizio dismesso da rigenerare.

Tutto questo è riportato in una recentissima circolare applicatova appunto delle previsioni della legge 31del 2014 (la delibera di Giunta Regionale n. 207 dell’11/6/2018) dove è puntualizzato, ai fini appunto di dare le linee guida per favorire questi tipi di interventi, che “il concetto di rigenerazione deve essere inteso come un insieme di interventi afferenti a diversi sistemi e scale di riferimento: interventi e iniziative di carattere urbanistico-edilizio, sociale, ambientale, paesaggistico che possono interessare edificio o parte di edifici, quartieri, aree, territorio ecc…” Questa delibera Regionale specifica poi iniziative che vengono assunte, a partire da un sistema di rilevamento e monitoraggio delle aree della rigenerazione dove questo sistema di rilevamento e monitoraggio mette a disposizione dei Comuni addirittura un servizio on-line per raccogliere e mantenere aggiornate le informazioni geografiche e alfa numeriche capaci di inquadrare e descrivere le aree della rigenerazione.

Ma non è soltanto il sistema di conoscenza che muove le iniziative della Regione perché quest’ultima è impegnata anche a supportare tecnicamente gli Enti locali attraverso azioni formative, studi e atti di indirizzo concertati periodicamente sui temi della fattibilità delle trasformazioni anche con riferimento al tema dell’accessibilità e della sostenibilità dei trasporti, dell’analisi dei costi, della definizione di ipotesi di valorizzazione, della ricerca di finanziamenti europei o derivanti dai programmi operativi regionali.

Ma vi è anche un elemento ancora più importante e cioè il ruolo che la Regione si impone, di regia e di coordinamento nei processi di rigenerazione tra i diversi Enti e soggetti coinvolti. Vale a dire l’aiuto che la Regione può dare nelle fasi istruttorie di piani e programmi in cui il privato può interagire con l’Amministrazione e chiedere questo coordinamento della Regione. Ciò a sottolineare in modo particolare la effettiva volontà di intervento da parte della Regione Lombardia affinchè il processo di rigenerazione urbana sia realmente svolto. Ovviamente la sostenibilità economica dei processi di rigenerazione è assolutamente fondamentale poiché non è possibile prevedere che il privato o anche gli enti agiscano sulle aree dismesse ma con delle previsioni di tipo economico assolutamente non conciliabili, vale a dire con dei costi che non possono essere sostenuti. Pertanto la Regione è impegnata anche alla individuazione di risorse dedicate che può mettere a disposizione essa o sollecitando il livello statale nonché la individuazione anche di strumenti finanziari innovativi per facilitare il reperimento di risorse economiche private nella realizzazione di interventi di rigenerazione urbana, sostenendo altresì l’erogazione di prestiti da parte del sistema creditizio e accrescere la redditività dei progetti anche attraverso la valorizzazione del patrimonio pubblico dismesso.

La Regione non trascura neppure l’elemento indiretto e cioè i benefici che gli Enti locali possono trarre nella valutazione ex ante dei processi di rigenerazione dati dai progetti di trasformazione urbana e territoriale in modo che poi le stesse Amministrazioni possono definire i contenuti nella relazione economica e finanziaria richiesta negli strumenti che prevedono una contrattazione pubblico-privato. In sostanza quando ci si approccia ad un intervento di recupero e quindi di rigenerazione di un’area l’Amministrazione non può soltanto limitarsi a fare calcoli di tipo urbanistico o edilizio ma deve necessariamente intervenire anche per valutazioni di tipo economico al fine di poter essere in grado di valutare l’Amministrazione stessa il grado di sostenibilità di quell’intervento e quindi il necessario punto di equilibrio economico. In questo caso ove dovessero esserci delle sproporzioni ecco che la stessa Regione disciplina e favorisce questi interventi di incentivazione e di finanziamento ovvero di semplificazione e di riduzione dei costi che possano indurre il privato a dar comunque corso agli interventi.

La stessa L.R. 12/2005 per gli interventi sulle aree dismesse prevede la possibilità per il Comune di concedere incrementi volumetrici in deroga alle previsioni del P.G.T. proprio perché, essendo il recupero e la rigenerazione del patrimonio dismesso una previsione di interesse pubblico, non può essere un limite l’indice volumetrico ammissibile poiché comunque si tratta di aree già edificate. Semmai proprio l’incremento volumetrico l’incentivo che può aiutare a riqualificare effettivamente e tempestivamente dette aree, ben sapendo che a fronte di un’area riqualificata, può essere salvaguardata un’altra area libera. Diversamente, anche la prescrizione di riduzione del consumo di suolo rischierebbe di rimanere inattuabile.

Questo aspetto non è da poco poiché dobbiamo sì parlare di tutte le questioni di tipo etico ma alla fine l’aspetto economico non si può trascurare. Sicuramente anche nella valutazione dell’aspetto economico ci deve essere una visione etica ma ciò non toglie che se per fare un intervento un privato deve spendere 10 e alle fine ne ricaverà 9 andremmo contro il concetto stesso di impresa perché comunque ci deve essere un profitto. Il profitto deve essere indubbiamente limitato proprio in ragione degli aspetti etici ma comunque una operazione economica di investimento da parte del privato non può non richiedere la garanzia almeno ex ante di un prevedibile profitto. E su questo è chiamata anche la Pubblica amministrazione a dare il proprio contributo valutativo e impegno effettivo.

La Regione Lombardia è stata sicuramente innovatrice su questi temi poiché ha saputo spostare l’asse di intervento dalla semplice programmazione urbanistica ad una visione molto più vasta che necessariamente richiede la politica di rigenerazione urbana.

Avv. Bruno SANTAMARIA